domenica 19 aprile 2015

Il Surrealismo ieri e oggi: Un Saggio Di Arturo Schwarz


Il Surrealismo. Ieri e oggi. Storia, filosofia, politica ed. Skira, Milano 2014

È un'opera impegnativa e colta per chi ama la buona lettura, un lavoro meticoloso, di recupero e unico per la sua completezza, di uno dei più grandi esperti del Surrealismo, "colpevole" soltanto di essersi trovato nel mezzo di un cambiamento artistico epocale che ha segnato profondamente la storia dell'arte contemporanea. Sta di fatto che il libro di Arturo Schwarz è certamente un merito storico che lascia in eredità a noi lettori.   
Riporto, di seguito, una recensione di Pietro Marino, giornalista, critico e storico dell'Arte. È organizzatore e curatore di eventi e mostre di Arte Contemporanea, e autore di monografie, saggi, testi per cataloghi.   

Il Cantore del Surrealismo ci racconta i suoi eroi

A 91 anni, Arturo Schwarz – scrittore, poeta, libraio, gallerista, saggista, storico e critico dell’arte ma anche “anarchico” e “troskista” - continua ad innalzare il vessillo del Surrealismo come avventura totale di “conoscenza, libertà e amore”: non tanto movimento estetico o letterario, ma “stato d’animo, filosofia di vita”. Sin dal 1940, quando da Alessandria d’Egitto – dov’era nato da genitori ebrei, padre tedesco madre milanese – scrisse una lettera d’ammirazione a Breton, ricevendone risposta dopo sei mesi (infuriava la guerra). Messo in carcere e torturato perché comunista, nel 1949 riuscì ad andare a Milano, dove vive tuttora. 
E’ stato lui a far “scoprire” in Italia Duchamp e Man Ray negli anni Sessanta- Settanta. Non solo con gli scritti e con le mostre: promuovendo la riedizione dei loro originali ready-made persi o distrutti, a partire dal famoso - famigerato Orinatoio del 1917. 
Adesso non di arte in particolare si occupa il suo ultimo e compatto volume intitolato “Il Surrealismo ieri e oggi”. Riassume dieci anni di lavoro su “storia, filosofia, politica” del movimento con una serie di saggi tematici ed un imponente apparato di repertori, regesti, bibliografie che prosegue nel fitto cd annesso al libro (ed. Skira 2014, 544 pagg. + 850 su cd , 59 euro).

Illustrazione di René Magritte
Andrè Breton, Qu'est que le Surréalisme?
Bruxelles, Editeur René Henriquez 1934

Alcuni capitoli iniziali sono dedicati a documentare alcuni percorsi della “filosofia” surrealista: la poesia come “meraviglia e scoperta di Sé”, l’amore come “estasi dell’unione carnale e spirituale” , il gioco come “trionfo del principio di piacere sul principio di realtà”. Importante per la storia è la  distinzione operata da Schwarz fra dadaismo e surrealismo: letti come movimenti pressoché contemporanei, come “onde che si accavallano” specie in alcuni protagonisti (Duchamp, Picabia) ma di cui sono messe in luce le divergenze, sia nelle premesse culturali che nella concezione del rapporto fra arte e società. 
Nichilista e individualista Tzara, portatore di un sogno di cambiamento della società Breton. E’ qui il maggiore nodo di rivisitazione storico-critica su cui si sofferma il libro, con preziosa copiosità di dati e date, pur nella devota adesione alla lettura bretoniana degli eventi. 
E’ noto infatti nelle grandi linee il tormentato percorso col quale il leader del surrealismo cercò di tradurre nella pratica l’assunto enunciato nel primo manifesto del 1924: “Trasformare il mondo, ha detto Marx, trasformare la vita, ha detto Rimbaud; per noi queste parole d’ordine fanno tutt’uno”. 
Un impegno “rivoluzionario” che si concretizzò nell’adesione formale di Breton e di un consistente gruppo di seguaci al PCF, il partito comunista francese, nel 1927. Ma guardando a  Trotskij, seguendone le sorti. Di qui l’opposizione drastica allo stalinismo; tornando nel 1939 a concepire un “fronte dell’arte rivoluzionaria indipendente” (FIARI) occhieggiante agli anarchici. Posizione mantenuta durante la guerra e tutte le vicende del dopoguerra, con finale speranza palingenetica – prima di morire nel 1966 - nella rivoluzione cubana di Fidel Castro. 

Invito alla Mostra surrealista, La Louviére, 13-27 Ottobre 1935

Alberto Giacometti nel suo Atelier di rue Hippolyte-Maindron a Parigi 1960,
 è tra gli artisti italiani che aderì al movimento nel 1931
Photo: Annette Giacometti

Tutto questo fra dissensi interni, scissioni, furiose polemiche (i primi a non seguirlo furono proprio gli artisti, da Duchamp a Max Ernst, senza dire degli “eretici” come Dalì, De Chirico). 
Non importa, sembra dire Schwarz, dopo aver riferito di tutto compiutamente. Ben due terzi del libro sono dedicati alla rivendicazione orgogliosa della persistenza - l’espansione addirittura - del Surrealismo nel mondo, contestando che il movimento sia finito con la scomparsa di Breton. 
Sono così stilati rapporti delle sue forze paese per paese (manca però proprio l’Italia), zeppi di nomi. Sono per la verità quasi tutti sconosciuti o marginali nel mondo “ufficiale” dell’arte. Ma proprio questa circostanza appare all'autore una conferma dell’esistenza necessaria, diffusa e attiva di un ideale alternativo al pensiero e al sistema dominante, riaffermato dal Maggio del Sessantotto: ”Il surrealismo è destinato a morire solo quando l’essere umano cesserà di lottare per la libertà, di combattere le ingiustizie e di innamorarsi perdutamente del suo prossimo”.

Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno 1 Marzo 2015

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