venerdì 25 settembre 2015

L'effetto dell'Arte




Da, Educare all'arte, Electa 2005 

L’estetica, dalla sua nascita ai giorni nostri, ha formulato e formula teorie della sensibilità, cercando di indagare e descrivere i modi in cui sono stimolate e prendono forma le sensazioni, con particolare riferimento ai processi della percezione, dell'immaginazione, della memoria. L’estetica studia dunque i processi della psiche nella sfera della sensibilità, si interessa ai congegni affascinanti e misteriosi delle emozioni, ma guarda anche con altrettanto interesse alle cose sensibili e a tutti i fenomeni che si offrono al sentire e provocano sensazioni ed emozioni. Ovvio che fra le “cose sensibili” che risultano rilevanti, dai tempi della classicità fino ai giorni nostri, assumono un ruolo particolarmente importante, anche se non esclusivo, i linguaggi e i materiali dell’arte. 

Attenzione, però: la sensibilità di cui ciascuno di noi è dotato deve alimentarsi di apparati simbolici (letterari, musicali, artistico-visivi, matematici e aritmetici) attraverso un continuo, mai concluso, processo di alfabetizzazione. Con questo termine mi riferisco alla capacità di ciascuno di partecipare, il più attivamente e criticamente possibile, ai processi culturali tipici della comunità d’appartenenza: voglio dire cioè che per emozionarmi davanti a un’opera d’arte, leggendo una poesia, o ascoltando una musica, non posso certo affidarmi all’intuizione, o all'ingenua chimera della “spontaneità”: devo, come presupposto e requisito necessario, conoscere i codici attraverso i quali quelle opere sono state formulate. 

E per “conoscere” intendo riferirmi alla semplice capacità di decifrare i linguaggi, ma anche e soprattutto al privilegio di essere in possesso di una familiarità sufficiente con quelle cose sensibili, tanto da esserne, per l’appunto, emozionato. L’approccio estetico all'opera d’arte ha bisogno di un livello di conoscenza e di alfabetizzazione superiore e differente a quello che serve per la semplice conoscenza. 
Qui non si tratta di apprendere, di imparare e condividere una “spiegazione” nel testo visivo, letterario o musicale che sia: si tratta di arrivare al livello estetico della “comprensione” che, letteralmente, vuol dire con-prendere: prendere dentro di sé, non solo nella mente, ma anche nel cuore.  

Per questo non occorre conoscere i linguaggi dell’arte dal punto di vista formale e filologico, sapere i nomi e le biografie degli artisti e cose di questo genere: bisogna avere l’abitudine a guardarla, l’arte, ad accettare le sue suggestioni e le sue provocazioni, a non farsi intimorire dalle sue stravaganze o dal suo apparente silenzio. 
E bisogna avere il coraggio di praticarla, anche, senza paura di essere “dilettanti” o “poetastri”. Occorrerebbe, innanzitutto, preoccuparsi di familiarizzare i più giovani con i linguaggi e le pratiche dell’arte. Non si dovrebbe, cioè, insegnare chi sono gli artisti e cosa fanno, ma cercare di immettere nei processi intellettuali, immaginativi e creativi dei giovanissimi idee, paradigmi, metafore e simboli desunti dall'esperienza artistica. 

Ciò risulta particolarmente urgente oggi, in un momento in cui il rischio che l’infanzia corre non è più rappresentato, com'era fino a qualche decennio fa, dalla deprivazione percettiva e intellettuale, ma piuttosto quello di una disordinata sovraesposizione a una miriade di stimoli, veicolata soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa. 
L’opera d’arte diviene così materiale didattico prezioso e insostituibile per sensibilizzare, alfabetizzare, costruire l’immaginario. Ecco perché sono convinto che le opere d’arte non siano testi rispetto ai quali attivare meccanismi di comprensione, spiegazione e conoscenza, ma piuttosto pretesti per attivare processi mentali, culturali e produttivi suggeriti e indotti dalla familiarità acquisita con il lavoro degli artisti. 

Per anni il disegno infantile è stato studiato come se la sua cosiddetta evoluzione fosse qualcosa di fatale e di naturale, come la dentizione. Ma il linguaggio grafico-pittorico è, per l’appunto, un linguaggio, che si apprende ricevendo le sue regole, i suoi modelli, i suoi canoni dalla cultura di appartenenza. L’incontro estetico con l’opera d’arte ci mette infatti di fronte a un altro problema, anche questo antico quanto tutta la cultura occidentale: si tratta del problema della rappresentazione, che ha un forte grado di parentela con quello dell’imitazione, soprattutto per ciò che concerne le opere di arte visiva. 
La rappresentazione di qualcosa è il modo in cui quella cosa viene rappresentata, cioè ri-presentata, con un determinato linguaggio. Per chiarire questo concetto basta vedere come il modo che i bambini hanno di vedere e di ri-presentare gli animali in carne e ossa sia influenzato dalle rappresentazioni antropomorfe di essi nelle illustrazioni e nei cartoni animati. 

Da questo punto di vista i linguaggi delle diverse arti si differenziano molto fra loro: è infatti evidente come sia diverso il modo in cui la scrittura dei letterati e dei poeti crea immagini del mondo rispetto a ciò che avviene nella pittura e nelle arti visive, nelle quali è possibile praticare la via (o affidarsi all'illusione) della “verosimiglianza”. 
In entrambi i casi tuttavia l'immagine, che sia evocata dalla scrittura o eseguita sulla tela da un pittore, è comunque raffigurazione di qualcosa che è visto, pensato e rappresentato da qualcun altro. Il quadro più verosimigliante è comunque il risultato di un processo interpretativo, e il modo in cui la rappresentazione dell’artista tocca le corde della mia dimensione estetica, se e quando le tocca, influenza fortemente il mio modo di rappresentare e di conoscere. 

Voglio dire che, dal momento in cui un quadro che rappresenta un albero in una radura (per esempio una tela di Mattioli) mi ha coinvolto esteticamente, cambierà il mio modo di guardare e pensare tutti gli alberi cresciuti in una radura, e questa immagine diventerà per me una metafora capace di evocare uno stato emozionale, una figura che rappresenterà, per me, un sentimento di solitudine, o di pace, o di qualcos'altro. 
Scopriamo così che l’arte, mentre sollecita la nostra sensibilità, forma il nostro modo di immaginare e di pensare, crea conoscenza del mondo e influenza il modo in cui ciascuno vede e interpreta, conosce il mondo stesso. 

Perché la conoscenza, non dimentichiamolo, è proprio il rapporto tra i due processi che chiamiamo pensare e sentire. Dal loro incontro nasce ciò che chiamiamo sapere. Un sapere che è sempre lo stesso anche se viene indagato con strumenti e atteggiamenti diversi dall'estetica e dalla logica. 
Estetica e logica, dunque, non possono essere separate, poiché ogni volta che proviamo una sensazione e facciamo una scoperta emozionante, aggiungendo una figura e un po’ di conoscenza al nostro mondo interiore e alla nostra identità personale, sentiamo il bisogno di inquadrare quella nuova esperienza e quella nuova figura nell'universo delle nostre conoscenze precedenti, nella nostra visione del mondo, all'interno del nostro sistema di rappresentazioni. 

Ciascuna esperienza estetica ha una sua autonomia, è un fenomeno in sé, in quanto esperienza sensibile ed emozionale, ma rispetto alla dimensione del conoscere, essa si aggiunge, si annette, si accumula al patrimonio precedente del nostro sapere, diviene parte di quel tutto che siamo noi quando pensiamo il mondo e pensiamo noi stessi. 

Ricorrere all'arte, alla poesia, ai loro simboli e alle loro metafore per parlare di noi e del mondo significa allora capire che non c’è niente da capire, ma tanto da scoprire e “comprendere” e che il bello del mondo non sono i conti che tornano, le regole e le uguaglianze ma proprio le sorprese e la scoperta delle differenze". 

Marco Dallari, Docente di pedagogia generale all'Università di Trento