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domenica 29 novembre 2015

Schonberg Arnold in una lettera a Wassily Kandinsky: La ricerca della "Necessità Interiore"



Neppure io credo che la pittura deve essere necessariamente figurativa. Credo addirittura il contrario. Non ho tuttavia nulla da obiettare se l'immaginazione ci suggerisce qualcosa di figurativo. Ciò può accadere proprio perché, attraverso gli occhi, noi recepiamo solo elementi concreti. L'orecchio, invece, ha migliori possibilità. Ma se l'artista riesce a realizzare attraverso i ritmi e i valori sonori il suo più intimo desiderio, ossia quello di esprimere soltanto processi interiori, immagini interiori, allora l'oggetto della pittura cessa di essere una semplice riproduzione di ciò che gli occhi vedono. 

Musica e pittura. Lettere, Testi, Documenti, A. Schonberg W. Kandinsky, Ed. Einaudi 1988 


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venerdì 25 settembre 2015

L'effetto dell'Arte


Alberto Burri, Serigrafia 1A, 1973, Roma Galleria Nazionale 

Qui non si tratta di apprendere, di imparare e condividere una «spiegazione» nel testo visivo, letterario o musicale che sia: si tratta di arrivare al livello estetico della «comprensione» che, letteralmente, vuol dire com-prendere: prendere dentro di sé, non solo nella mente, ma anche nelle viscere, nel cuore. 

Per questo non occorre, almeno all'inizio, conoscere i linguaggi dell'arte dal punto di vista formale e filologico, sapere i nomi e le biografie, le date, i raggruppamenti classificatori e dettagli di questo genere: bisogna avere l'abitudine a guardarla, l'arte, ad accettare le sue suggestioni e le sue provocazioni, a non farsi intimorire dalle sue stravaganze o dal suo apparente silenzio. E bisogna avere il coraggio di praticarla, anche, senza paura di essere «dilettanti» o «poetastri». 

Marco Dallari, Educare all'arte, Electa, 2006

sabato 13 giugno 2015

Ritratti nella Pittura

Sulle note di un pittore

Dove non c'è creazione, l'arte non esiste. Ma sbaglieremmo se attribuissimo questa capacità creativa a un dono innato. Nel campo dell'arte, il creatore autentico non è solo un essere particolarmente dotato, è un uomo che ha saputo ordinare in vista del loro fine un insieme di attività, delle quali l'opera d'arte è il risultato finale. 

Così, per un artista la creazione comincia dalla visione. Vedere è già di per sé un atto creativo, che esige uno sforzo. Tutto ciò che noi vediamo, nella vita di ogni giorno, subisce in maggiore o minore misura una deformazione dovuta alle abitudini acquisite, e ciò è tanto più percepibile in un’epoca come la nostra, nella quale il cinema, la televisione, la pubblicità, le riviste ci impongono quotidianamente un fiume di immagini precostituite, che sono un pò nel campo della visione quello che il pregiudizio è nel campo della comprensione.

Lo sforzo necessario per staccarsene esige una sorta di coraggio; questo coraggio è indispensabile per l'artista che è tenuto a vedere tutte le cose come se le guardasse per la prima volta: occorre vedere tutta la vita come se fossimo bambini. La perdita di questa capacità impedisce la possibilità di esprimersi in maniera originale, ossia personale.

Per fare un esempio, penso che nulla sia più difficile per un vero pittore che dipingere una rosa, perché per dipingerla deve dimenticare tutte le rose che ha dipinto prima. A quanti venivano a trovarmi a Vence, domandavo spesso se avevano visto gli acanti, sulla scarpata che costeggia la strada. Non li aveva notati nessuno; tutti avrebbero riconosciuto la foglia di acanto su un capitello corinzio, ma nella realtà il ricordo del capitello impediva di riconoscere la pianta. Vedere ogni cosa nella sua verità è un primo passo verso la creazione, e presuppone uno sforzo continuo. Creare è esprimere quello che abbiamo dentro di noi. Qualsiasi sforzo di creazione è interiore. Inoltre bisogna nutrire il nostro sentimento e questo avviene con l'aiuto di elementi che troviamo all'esterno.

L'opera d'arte è il compimento di un lungo processo di elaborazione. L'artista attinge intorno a sé a tutto ciò che è in grado di nutrire la sua visione interiore, direttamente, mentre l’oggetto che disegna deve apparire nella sua composizione, o per analogia. Egli si pone così nella condizione di creare. Si arricchisce interiormente di tutte le forme delle quali si impadronisce, e che ordinerà un giorno secondo un ritmo nuovo.

È nell'espressione di questo ritmo che l'attività dell'artista sarà realmente creatrice; per arrivare a questo, dovrà tendere allo sfoltimento piuttosto che all'accumulo di particolari; per esempio, nel disegno dovrà scegliere, fra tutte le combinazioni possibili, la linea che si rivelerà pienamente espressiva, e come portatrice di vita; dovrà cercare le corrispondenze attraverso le quali i dati della natura siano trasferiti nel campo proprio dell’arte.

Nella cappella di Vence, che rappresenta il compimento delle mie ricerche precedenti, ho tentato di realizzare questo equilibrio di forze; i blu, i verdi, i gialli delle vetrate creano all'interno una luce che non è, propriamente parlando, alcuno dei colori impiegati, ma il prodotto vivo della loro armonia, del rapporto fra essi. Questa luce-colore era destinata a proiettarsi sulla parete bianca bordata di nero che sta di fronte alle vetrate, e sulla quale le linee sono volutamente molto spaziate. Il contrasto mi permette di dare alla luce tutto il suo valore di vita, di farne l’elemento essenziale, quello che colora, riscalda, anima in senso proprio questo ambiente nel quale è importante dare un’impressione di spazio illimitato malgrado le sue piccole dimensioni. In tutta la cappella, non c'è una linea, non un dettaglio, che non concorra a dare questa impressione. 

Allora l'opera apparirà anche feconda, e dotata di questo stesso fremito interiore, di questa stessa bellezza risplendente che possiedono le opere della natura. Occorre un grande amore, capace di ispirare e sostenere questo sforzo continuo verso la verità, questa generosità assoluta e questo profondo spogliamento che implica la genesi di ogni opera d’arte. Ma l'amore non è forse all'origine di tutta la creazione? 
-Henri Matisse

Henri Matisse, The Heart, 1947



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giovedì 4 giugno 2015

L'arte applicata alla vita

Non si diventa virtuosi praticando un'arte di tanto in tanto: per apprendere i meccanismi occorre fare un investimento in termini di tempo e di energia.

Intreccio dopo intreccio

[Capo realizzato da mia nonna (88 anni) sarta e ricamatrice]

domenica 5 gennaio 2014

Serendipità: La Parola (Augurale) Del 2014


Max Ernst, Birth of a Galaxy (1969)

Di Giacomo Annibaldis 

Ci vorrebbe serendipità per cercare una parola che meglio si possa adattare a un nuovo anno, al 2014 appena incominciato: e serendipità è quella che mi pare possa offrire una prospettiva fruttuosa a qualsiasi inizio.

Come molti sanno serendipità non è un augurio di tanta serenità in forma adiposa, per quanto il sereno sembri compreso nel termine. É invece una forma mentis, un atteggiamento di ricerca; è la scoperta di qualcosa di piacevole e utile, ma del tutto imprevisto. Serendipità difatti appartiene al lessico usato specialmente in ambito scientifico  mentre si effettuano indagini indirizzate ad altro fine: insomma, è ciò che capitò a Cristoforo Colombo, che intendeva raggiungere le indie circumnavigando il pianeta e invece si trovò a scoprire l'America; ovvero è la scoperta della penicillina da parte di Fleming, causata da un errata disinfezione di un provino, mentre lui cercava altro. 

Il termine, esotico (deriva dall'antica denominazione dello Sri Lanka), fu coniato nel Settecento quel medesimo scrittore inglese, Horace Walpole, che ambientò in Puglia il primo romanzo horror della letteratura universale, Il castello di Otranto.
Allora un 2014 serendipico è quello che ci vuole. Si avverte intorno una ondata globale di riflusso, di fuga, di io, speriamo che me la cavo; siamo assediati dalle promesse di chi intende trovare soluzioni ai mille problemi sociali che ci affliggono, rimedi alle ineguaglianze sempre più evidenti, davanti alle quali sembriamo oramai rassegnati all'inevitabile fallimento di ogni tentativo. 

E allora la serendipità? Come nella favola del tesoro nel campo, antica quanto Esopo, anche noi - come ai tre figli dell'agricoltore morente - viene consegnata una vigna, in cui dovrebbe essere nascosto un tesoro; i ragazzi della favola zapparono in cerca di scrigni e gioielli, non trovandovi nulla di tutto ciò, ma accorgendosi che in questo modo avevano dissodato a dovere il podere, che diede ottimi frutti. E questo che anche noi ci auguriamo per il 2014. Insomma: chi cerca trova, ma non quello che ci si attendeva, e tuttavia qualcosa di altrettanto significativo. Dissodare l'utopia spesso può offrire risultati inaspettati, anche se diversi. Serendipità è per coloro che sanno che il fine non è quello di arrivare a una meta, ma quello di cercare la meta. 

[Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno del 2/01/2014]

domenica 10 marzo 2013

Il Valore dell'Arte e della Cultura: Giulio Carlo Argan


Riporto un presupposto fondamentale del critico d'arte e docente italiano Giulio Carlo Argan che rivela come l'arte rappresenta uno strumento necessario allo sviluppo della sensibilità, della propria identità, della storia e della realtà che ci circonda, fino a giungere alla consapevolezza della dimensione sociale, civile, formativa e pedagogica dell'arte.

Un patrimonio d'arte inestimabile che necessita, al tempo stesso, di investimenti in competenze storiche, artistiche e scientifico-tecnologiche, atte a preservare quella 'progettazione in atto' di cui parlava Argan, espressione di quel rapporto tra arte e ambiente che è sempre stato al centro del suo pensiero e della sua azione critica.

Vi lascio dunque con le parole di Giulio Carlo Argan: l'instancabile impegno per la difesa del patrimonio artistico e la promozione della cultura lo hanno reso, a pieno titolo, uno dei maggiori storici dell'arte italiana. 

Debbo dire che fu un'esperienza eccitante;
parlare con i giovani ringiovanisce.
Debbo anche dire che ripercorrere sommariamente
ma non schematicamente tanti anni di ricerca e 
insegnamento è servito a chiarirmi e a rinfrescarmi le idee: 
costretto a disegnare una veduta panoramica, 
quasi mi sorprese constatare che, 
nella diversità di tanti fenomeni lontani nello spazio e nel tempo, 
tra essi c'era tuttavia una coerenza a cui non contrastava, 
al contrario, l'assidua volontà di criticare e superare il passato. 
Fortunatamente l'arte in Italia non ha avuto caratteri etnici,
costanti nazionali, tradizioni canoniche;
e non è stata il prodotto di una connaturata creatività,
tutt'altro è sempre stata un fatto di cultura 
sorretto da una lucida consapevolezza dei motivi, dei modi, dei fini.   

Spesso ha avuto una componente
polemica, è sempre stata nel vivo del dibattito culturale.
E sempre al centro, mai al margine, del sistema del
sapere, qualche volta del potere. Ecco perché non può
farsi la storia d'Italia senza fare la storia dell'arte
italiana: Leonardo o Michelangelo non sono stati
storicamente meno importanti (forse più) dei papi e dei
principi per i quali hanno lavorato.

L'arte è una cultura i cui concetti sono espressi in
immagini invece che in parole; e l'immaginazione
non è una fuga dal pensiero, è un pensiero altrettanto
rigoroso che il pensiero filosofico o scientifico. Per
intenderne la struttura e i processi bisogna studiare le
opere d'arte: l'arte è al livello più alto del pensiero
immaginativo, come la scienza al livello più alto del
pensiero razionale.

Serve a tutti, poi, conoscere
l'arte del proprio paese. È
l'arte che ha costruito le città, le
città sono l'ambiente
dell'esistenza, si sa che il
rapporto positivo o negativo con
l'ambiente decide della sanità
fisica, psichica e morale degli
individui e dei gruppi sociali. Lo
stesso può dirsi del territorio,
che non è nulla di naturale o selvaggio, è il prodotto
dell'intelligenza e del lavoro umani. Non c'è rapporto
senza conoscenza, è giusto che tutti conoscano
l'ambiente della loro vita.

Delle città e del territorio la società odierna fa un
pessimo uso: l'ambiente s'inquina e degrada, il
patrimonio culturale si deteriora e disperde. Colpa
dell'ignoranza del loro valore; ma i giovani della scuola,
futuri titolari e responsabili di quei fattori vitali prima
ancora che culturali, debbono imparare a conoscerli.
Può darsi che questo libro qualche effetto l'abbia già
avuto: che cosa potrei desiderare di più?
Nello scriverlo cercai di esser chiaro, non di essere
facile: ho insegnato per tanti anni e so che i giovani
hanno spesso fastidio delle nozioni ma non hanno paura
e spesso hanno il gusto dei problemi. E l'arte del
passato non è un problema del passato, ma del presente.

Giulio Carlo Argan (Torino, 17 Maggio 1909 - Roma, 12 Novembre 1992)


Per ulteriori approfondimenti

domenica 30 dicembre 2012

Dall'Atelier delle Attività Espressive: buon 2013

"L'arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non lo è". 
 - Plaul Klee
Paul Klee, Strada principale e vie secondarie 1929, Museo Ludwig Colonia 
©Klee Stiftung Bern


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giovedì 11 ottobre 2012

Quando la Musica è Poesia: Charles Baudelaire a Richard Wagner


Ci sono lettere destinate ad essere memorabili. Ci sono storie che vanno oltre il tempo e non sono mancate poesie. Ci sono affinità che sfidano le distanze, e percorrono i sentieri del cuore. Ci sono parole come queste, e sono bellissime da vivere.

 

A Richard Wagner

Parigi, Venerdì 17 febbraio 1860

Signore,

ho sempre creduto che un grande artista, per quanto possa essergli familiare la gloria, non sarebbe affatto insensibile a un complimento sincero, quando tale complimento fosse come un grido di riconoscenza, e quando questo grido avesse un valore particolare, per il fatto di venire da parte di un francese, cioè di un uomo poco incline all’entusiasmo e nato in un paese dove non si sa di poesia e di pittura più di quanto non si sappia di musica. Anzitutto vi sono debitore del godimento musicale più profondo ch'io abbia mai provato. Ho un'età nella quale non ci si diverte più davvero a scrivere a persone famose, e avrei del resto a lungo esitato a testimoniarvi per lettera la mia ammirazione, se ogni giorno non mi capitassero sotto gli occhi articoli indegni, e ridicoli, che si dan da fare in mille maniere per diffamare il vostro genio. Non siete il primo, signore, a causa del quale ho dovuto soffrire e arrossire per il mio paese. Ma ora l'indignazione m'ha spinto a esprimere in modo esplicito la mia riconoscenza. Mi son detto: non voglio essere confuso con questa pletora di imbecilli.

La prima volta che mi son recato al Théátre des Italiens, per ascoltare le vostre opere, ero abbastanza maldisposto, e persino, lo confesso, pieno di pregiudizi. Ma son da scusare, sono stato tanto spesso ingannato: m'è capitato troppe volte d'ascoltare musica composta da ciarlatani. Da voi sono stato immediatamente conquistato. Non si può descrivere quel che ho sentito, e se vi trattenete dal sorridere, proverò a tradurvelo in parole. In un primo momento m'è parso di conoscere quella musica, ma più tardi, riflettendovi, ho capito da che nasceva tale miraggio: mi pareva che quella musica fosse mia, e la riconoscevo così come ognuno riconosce le cose che è destinato ad amare. Per chiunque non abbia finezza di spirito una frase di questo tipo risulterebbe estremamente ridicola, soprattutto se scritta da uno come me, che non sa di musica, la cui educazione si limita al fatto d'avere ascoltato (d'accordo, con grande godimento) alcuni brani di Weber e di Beethoven.

Inoltre mi ha molto colpito, più di ogni altro aspetto, il senso di grandezza. Un carattere che rappresenta ciò che è solenne, e tende verso il solenne. Dappertutto nelle vostre opere sento la solennità degli immensi sussurri, delle grandi visioni della Natura, la solennità delle forti passioni dell’uomo. Subito ci si sente soggiogati e trasportati in alto. Uno tra i brani più singolari, e tra quelli che mi hanno dato una sensazione musicale davvero nuova, è il brano che ha la funzione di descrivere uno stato di estasi religiosa. L'effetto dell'Ingresso degli invitati e della Festa nuziale è immenso.

Ho avvertito il senso maestoso d'una vita che ha un respiro più grande della nostra. Ancora: ho spesso provato un sentimento di genere assai bizzarro, la fierezza e il godimento nel comprendere, del lasciarsi penetrare profondamente: piacere davvero sensuale, simile al piacere che si ha nel salire su in aria o nel lasciarsi portare dalle onde. La musica talvolta respirava il senso forte del vivere. Complessivamente quelle armonie profonde mi parevan somigliare a quegli eccitanti che accelerano le pulsazioni dell'immaginazione. E ho anche provato, e vi prego di non sorridere, sensazioni che derivano probabilmente dalla conformazione del mio animo e dalle mie consuete preoccupazioni. Dappertutto c'è qualcosa di elevato e che eleva, qualcosa che aspira a salire sempre più in alto, qualcosa che ha il sapore dell'eccesso e della straordinarietà. Faccio un esempio: per usare immagini tolte al linguaggio della pittura, mi immagino d'aver davanti agli occhi una vasta distesa d'un rosso intenso. Se questo rosso rappresenta la passione, io lo vedo gradualmente attraversare tutta la gamma del rosso e del rosa e giungere all’incandescenza della fornace. Sembrerebbe difficile, persino impossibile giungere a qualcosa di più ardente, ed ecco che ancora un'ultima scintilla sprizza tracciando un solco più bianco sul bianco che le serve da fondo. Si tratterà, se così vogliamo dire, dell'estrerno grido dell'animo elevatosi sino al parossismo.

Avevo cominciato a scrivere qualche breve meditazione sui brani del Tannhäuser e del Lohengrin che abbiamo ascoltato, ma ho dovuto ammettere che è davvero impossibile dir tutto. E così potrei continuare senza fine questa lettera. Se avete potuto leggermi vi ringrazio. Mi resta da aggiungere solo qualche parola. Dal giorno in cui ho ascoltato la vostra musica, continuo a dirmi senza sosta, soprattutto nelle ore tristi: potessi almeno sentire stasera un po' di Wagner. E non c'è dubbio che anche altri avranno i miei stessi sentimenti. In conclusione, voi avreste dovuto esser soddisfatto del pubblico, il cui istinto è stato ben più forte della cattiva scienza dei critici giornalisti. Perché non prendete in considerazione l'idea di dare ancora qualche concerto, aggiungendo nuovi pezzi? Ci avete fatto gustare un assaggio di delizie mai provate: avete il diritto di privarci di quel che segue? – Ancora una volta, signore, vi ringrazio: in ore cupe voi siete riuscito a ricondurmi a me stesso e all'immenso.

Ch. Baudelaire

Non aggiungo il mio indirizzo, perché potreste credere che abbia qualcosa da chiedervi.


Lettera di Richard Wagner

Parigi, 15 aprile 1861

Mio caro signor Baudelaire,

sono venuto diverse volte a casa vostra senza trovarvi.

Sappiate che sono desideroso di dirvi quale immensa soddisfazione mi ha dato il vostro articolo che mi onora e mi incoraggia più di tutto ciò che non sia mai stato detto del mio povero talento.

Non sarebbe possibile dirvi presto, di persona, come mi sia sentito inebriato leggendo le vostre belle pagine che mi raccontavano – come lo fa la miglior poesia – le impressioni che devo vantarmi di aver prodotto su un'intelligenza superiore come la vostra?

Grazie mille del favore che mi avete fatto e spero di potervi chiamare amico.

A presto, non è vero?

Vostro,

Richard Wagner


Charles Baudelaire, Il vulcano malato. Lettere 1832-1866, a cura di Cinzia Bigliosi Franck, Fazi Editore, 2007.

venerdì 25 maggio 2012

La Linea

Un omaggio al Maestro Osvaldo Cavandoli (Milano, 1Gennaio 1920 - Milano, 3 Marzo 2007) noto per il suo personaggio "La Linea". 



Una Linea 'comunicativa' sospesa tra l'immaginario e il reale: "Osvaldo Cavandoli pur "sapendo fare" cinema d'animazione, scrive Luca Novelli, non s'è mai creato il problema di definire l'Arte, e "artistico" il suo prodotto. Come un bambino munariano (anche se nel 1969, anno di nascita della Linea, il giovanile Osvaldo aveva già i suoi annetti) ha preso un foglio bianco e delineato con la matita il profilo di una forma umana. Le ha dato una voce (il mix lombardo-cinese dell'attore Carlo Bonomi) e un caratterino molto simile al suo. Come un artista, primitivo, le ha fatto mimare avventure, scene di vita quotidiana, d'amore e di sesso. Perché? Per buon auspicio, per il divertimento altrui, per soldi. Però ha fatto qualcosa che pochi altri autori suoi contemporanei sono riusciti a fare: ha dato vita alla più incredibile opera d'arte pop che sia mai apparsa sulla terra: una creatura mobile e chiacchierona, simpatica e comunicativa, FATTA D'UN SOLO TRATTO". La linea è parente dei bassorilievi assiri è sempre di profilo come i personaggi egizi, eppure è contemporanea dell'Arte Concettuale. La linea, aggiungerà serissimo uno storico d'arte del futuro, è un'opera concetto coeva dei tagli di Lucio Fontana, delle macchie di Pollock". 

Da qui, al tempo stesso, il suo modo di intendere e vivere l'arte, fuori dagli schemi:" Il mio desiderio nel cinema d'animazione era di arrivare alla sintesi e a me il fatto della bellezza, cioè la bella calligrafia interessava relativamente. Mi interessava il discorso. (...) E allora ho preso matita e fogli di carta e ho cominciato a stilizzare, stilizzare e stilizzare" (Osvaldo Cavandoli, "Un Artigiano dell'Umorismo").


In fondo la storia dell'arte novecentesca (che costituisce un ampio settore dell'arte contemporanea) consiste nel vedere come i nostri autori, seguendo le orme dei loro predecessori, abbiano affrontato il problema insito della rappresentazione della forma, per giungere all'essenzialità, fino ad arrivare a una estrema semplificazione, lungo una ricerca non meno sofferta e complessa.     
Munari stesso sintetizza: "Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. (...) Togliere vuol dire riconoscere l'assenza delle cose. (...) La semplificazione è il segno dell'intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte". 

Un processo dunque inarrestabile, estremamente variegato all'interno della dimensione artistica, con la sua storia, la sua cultura, i suoi percorsi, che si raffina nel tempo, si perfeziona, si specializza e, conferisce all'opera nuove strutture. E sebbene gli artisti non smettano mai di cercare e sperimentare, vi sono qualità comuni a tutte le arti che garantiscono la bontà di un'opera e caratterizzano l'operato dell'artista. Spesso il risultato dipende dall'abilità dell'artista nell'adattare materiali e metodi e nel trovare la forma migliore in cui racchiudere, raccontare, i propri concetti e le proprie sensazioni, con la stessa profondità e sincerità con cui l'arte lo ha fatto nel passato. In questo Cavandoli ha certamente mostrato un'apertura ineguagliabile per forma e contenuti.




giovedì 9 giugno 2011

L'arte della relazione

Il piacere di coltivare relazioni orizzontali ed equidistanti è una qualità in via di estinzione. Il bisogno di costruire rapporti autentici, aperti e privi di interessi ce lo abbiamo tutti. Non c'è niente di più nobile dell'essere e dell'avere amici.

Henri Matisse, La Danza, 1910


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sabato 23 ottobre 2010

Klimt e le stagioni della femminilità

Gustav Klimt - Le tre età della donna (interpretazioni)



domenica 16 maggio 2010

Tra realtà e coscienza: Arte come espressione


Paul klee, Once Emerged from the Gray of  Night, 1918
Technique: watercolor

Lo studio della storia dell'arte, non può andare disgiunto da quello della storia umana, perché come ho già detto in un articolo precedente (qui), attraverso gli artisti, fu filtrato uno stato d'animo universale.

Per avere una idea chiara dell'evoluzione della storia dell'arte, occorre rifarsi ai movimenti che nacquero e si svilupparono negli ultimi settant'anni. Leggendoli si impara che si sono succeduti in un ordine cronologico ben preciso: Impressionismo, Neo-Impressionismo, Fauvismo, Espressionismo, Cubismo, Futurismo, Astrattismo, Surrealismo, Metafisica, l'Arte tra due guerre  (Novecento, Architettura Razionalista) e infine l'Arte del secondo dopoguerra (Espressionismo Astratto, Informale Europeo, Happening, New Dada Statunitense, Noveau Realisme Europeo, Pop Art, Minimalismo, Arte Concettuale, Land Art, Arte Povera). 

In questa evoluzione storico-artistica, la consapevolezza del proprio ruolo nella società, porta gli artisti a riconoscersi in un medesimo indirizzo artistico, adottano una tecnica specifica, rintracciabile talvolta sin dal nome della formazione; elaborano un manifesto teorico è lo strumento tipico che regola la vita del gruppo degli artisti; si riuniscono attorno ad una rivista che indica il primo nome di una teoria, o attorno un luogo, ovvero una località che diventa "Scuola", Scuola di Pont-Aven, un istituto come il Bauhaus; sono rappresentati da un mercante o un gallerista; a volte è la critica stessa a identificare tendenze comuni a diversi artisti.

Nacquero così numerose scuole e tendenze diverse, ma tutte con un sottofondo uguale, esasperato: rottura con il passato e presente, episodi di resistenza verso etichette, spontaneità, poesia, libertà di espressione. Vi si poteva, insomma, introdurre pur mantenendo un realismo dell'immagine, un tocco inconfondibile, una atmosfera personale, la propria soggettività.

Questa libertà espressiva, portò l'artista a creare nuove tecniche, destinate a dar voce a espressioni artistiche assolutamente rivoluzionarie e innovative, un vero e proprio laboratorio di nuove indicazioni e sperimentazioni: supporti, materiali, elementi compositivi, tipologie iconografiche, caratteri stilistici. Lo stesso avvenne nella scultura, nella letteratura, nella musica, e nella fotografia.

Questo modo di vedere e di esprimersi sarà quello di tutta la storia: da allora l'arte ha acquisito un valore liberatorio più marcato, a tema aperto, senza cornici rigide, e con aree di riflessioni secondo un approccio multidisciplinare.

mercoledì 28 ottobre 2009

Il Processo di Apprendimento nell'Arte

Studiare è un'attività fondamentale nel nostro processo di crescita, determina la nostra abilità e competenza nella materia.

In ambito artistico nello specifico, le qualità dell'intelligenza si devono sposare con l'abilità tecnica pratica.

Ma cosa accade esattamente durante il processo di apprendimento?

L'apprendimento si compone di 4 fasi distinte e consequenziali, l'una propedeutica all'altra, determinate da 4 fattori fondamentali: Incompetenza, Competenza, Consapevolezza, Inconsapevolezza; il tutto, così come rappresentato nello schema di seguito:


Schema by Carla Citarella (sul modello sviluppato da Noel Burch).

Prima Fase: INCOMPETENZA INCONSAPEVOLE
In questa fase noi non sappiamo fare e non ce ne rendiamo conto.
È il caso del musicista che si reca in sala prova e, suona così come gli viene in testa, assolutamente convinto di suonare bene, mentre in realtà è molto lontano da un livello tecnico/espressivo adeguato.
Questo è un chiaro esempio di Incompetenza Inconsapevole: non saper fare senza rendersene conto, è il punto di inizio di tutti. Poi però, il confronto con la realtà oggettiva di chi è competente, ci consente il passaggio alla fase successiva.

Seconda Fase: INCOMPETENZA CONSAPEVOLE
Il confronto quindi con qualcuno che ne sa più di noi e/o comunque la nostra maturità, ci consente quindi di passare alla fase successiva: Incompetenza Consapevole, ovvero non sappiamo fare e ce ne rendiamo conto.
Questa è la fase più critica del nostro processo di apprendimento, lo scoraggiamento è in agguato, in questi casi ci possiamo sentire anche frustrati perché non riusciamo a esprimerci artisticamente come vorremmo; ma se dentro di noi c'è la passione per ciò che vogliamo fare, troveremo anche la forza per metterci al lavoro sui libri e l’esercizio pratico.
Non esiste un tempo prefissato circa la durata di questa fase, ovviamente è molto soggettiva, può durare un anno come dieci o venti.
Una volta però raggiunta la competenza necessaria, si è pronti per passare alla fase successiva.

Terza Fase: COMPETENZA CONSAPEVOLE
Superato lo scoglio duro dell’Incompetenza Consapevole, si passa alla fase della Competenza Consapevole, ovvero sappiamo fare e ce ne rendiamo conto.
Eureka! Potremmo dire, siamo al Top. In realtà NO, perché c’è un MA, e il MA è che è vero che siamo competenti e siamo in grado di fare, ma abbiamo bisogno di pensarci. Siamo concentrati su ciò che abbiamo imparato e questo paradossalmente ci limita, e non ci fa esplorare altre possibilità della nostra espressione artistica.
Molti restano ancorati a questa fase per sempre, ma esiste una quarta e ultima fase del nostro processo di apprendimento, fase alla quale solo i più arditi e coraggiosi vi accedono.

Quarta Fase: COMPETENZA INCONSAPEVOLE
Ebbene sì, in questa ultima fase del nostro processo di apprendimento impariamo una lezione davvero incredibile: sappiamo fare senza che ce ne rendiamo conto, ovvero ciò che facciamo lo facciamo bene, ma ci viene spontaneo, non abbiamo bisogno di pensarci.
Questo concetto è bene sintetizzato da un grande insegnamento del pianista jazz Thelonious Monk: "Studia bene tutta la teoria, e l'armonia, impara bene ogni singolo pattern e lick (sequenze di note e ritmo che si utilizzano come modello), dopodiché dimentica tutto e suona".
Questa è la fase dove viene fuori la personalità dell'artista, il suo essere, il suo talento naturale e tutto ciò al termine di un intero processo di apprendimento.

La Morale di tutto ciò, è che la piena libertà e maturità artistica arriva al termine di un lungo percorso di studio e di apprendimento messo in discussione e, a meno che uno non abbia un talento pazzesco, non si possono saltare le tappe.

giovedì 8 ottobre 2009

Alla Ricerca dell'Arte (parte 1)

Manifestazione Interventista, Carlo Carrà, 1914

L'opera d'arte non può essere frutto di facili improvvisazioni, è il risultato di una serie di attività considerate nel loro insieme, è una immagine che esprime uno stato d'animo, o crea una particolare atmosfera, o evoca delle sensazioni che in un modo o nell'altro comunicano "qualcosa".

Infatti, se analizziamo i movimenti artistici, l'Arte fu sempre l'espressione di un'epoca, di un gusto, di una condizione umana ben precisa, dove, l'artista, non era altro che un filtro attraverso il quale un'epoca veniva fermata e rappresentata su tela, su carta, nel marmo, in musica, alla ricerca continua di mezzi che esprimevano il più eloquentemente possibile la sua esperienza del mondo interiore e di quello esterno, in questo modo ampliandola e perpetuandola.

Essa, non esiste, se l'animo di chi dovrebbe creare, non raccogliesse i messaggi che a migliaia arrivano ai suoi sensi. Una semplice premessa, ma forse non trascurabile, sulla natura e funzione dell'arte, nei suoi caratteri generali, prima ancora di conoscerne lo sviluppo storico, nella convinzione che l'espressione artistica, in qualsiasi forma, è retta sia dall'esperienza che dall'immaginazione dell'artista.

"L'Attività artistica sta nel far rivivere in noi stessi una sensazione che sia sperimentata, e dopo averla fatta rivivere in noi stessi trasformare delle sensazioni in movimento, o in linee, o in colori, o in suoni, o in forme espresse in parole, così che gli altri possa provare quella stessa sensazione" (Lev Nikolaevic Tolstoj).